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Kyuu.

Vi aspettavate un titolo? Un grado? Un numero ordinale? Da me non avrete nulla di tutto questo.

Non sono nato in un castello, né ho trascorso l’infanzia a corte. Non sono un cavaliere in cerca di gloria, un sacerdote, un nobile decaduto o un demone infernale. I primi 17 anni della mia vita li ho trascorsi in miniera, sotto l’occhio vigile e le mani callose dei miei superiori. Erano i clangori dei picconi a svegliarmi ad ogni sorgere del sole, ed erano la spossatezza e la birra di fungo a favorire il sonno la sera.

La cava era la mia casa, o forse il mio intero mondo.

Durante tutta la mia adolescenza ho visto il sole in rarissime occasioni, ma ai tempi non mi importava affatto; la sensazione di bruciore e cecità non mi spingeva a voler ripetere l’esperienza, in fondo.

Un giorno, semplicemente, decisi che sarei fuggito. Anni di fuliggine e sudore porterebbero perfino il minatore meno astuto a cercare fortuna altrove, e così fu per me. Ogni giorno il mio personale cunicolo nella miniera salì di qualche centimetro, avvicinandomi alla superficie. Ogni notte la mia mente si domandava se sarei morto, in un mondo selvaggio che avevo conosciuto solo in storie e leggende.

Arrivò la notte in cui le pietre spaccate dal mio piccone lasciarono il posto alla soffice sabbia del deserto, e ben presto fui costretto a schermarmi dai raggi impietosi del sole. A est, seminascoste dalle tempeste di sabbia, giacevano le rovine dell’antica Erendil, città sacra dalla cultura millenaria. In miniera si mormorava che mio padre fosse tra gli ultimi discendenti di quella stirpe antica, che avesse abbandonato un peso inutile prima di partire in cerca di fortuna. Probabilmente fu per questo che mi incamminai ad ovest, dove le dune di sabbia si appiattivano e incontravano le onde tranquille del mare.

Fu lì che vidi una nave, ormeggiata ad un molo improvvisato e circondata da una folla vociante. La vernice sulle assi era sbiadita, e le vele bianche e blu sembravano essere state rattoppate qualche decina di volte di troppo, ma era la mia unica speranza di lasciare l’aridità del deserto.

Aspettai un momento di distrazione, e mentre i passeggeri ubriachi e festosi ridevano tra loro, raggiunsi la stiva senza farmi notare. Quando la nave raggiunse il mare aperto, le mie pupille si riadattarono all’oscurità e mi permisero di guardarmi intorno, seppure con difficoltà. Sul barile alla mia destra era inchiodata una pergamena ingiallita, un rozzo piano di navigazione. Non riuscii a scorgere niente se non le due parole più grandi: HAVEN e ARDETIA.